Rocco Michele Renna
Nell’articolo precedente: “Alla riscoperta dei castelli federiciani: Gravina in Puglia”, abbiamo scritto delle nuove ricerche sul maniero federiciano gravinese e vi abbiamo promesso un breve cenno storico del castello in questione.
Il Castello Svevo di Gravina fu fatto costruire da Federico II di Svevia, dal 1220 al 1250, dall’architetto e scultore fiorentino Fuccio, sulla cima di un colle a nord del paese: dominava tutta la città di Gravina in Puglia, definita dallo stesso Imperatore “Giardino di delizie”, per i vasti boschi popolati di armenti e ricchi di selvaggina, per le sue pittoresche colline rivestite di viti e ulivi, per la fertilità del suo territorio e per un lago artificiale nelle vicinanze, da tutto questo si attribuisce a Federico II di Svevia la definizione della città: “Gravina, urbs opulenta, grana dat et vina”.
Il Castello, fu una robusta costruzione, tutto costruito in mazzaro locale, dimensionato 58,50 x 29 metri con quattro torri che lo affiancavano, diviso in tre ripiani incluso l’ammezzato. L’esistenza dell’edificio è testimoniata da antichi documenti, come le cose notabili del cronista Villani, in riferimento alle varie domus costruite dall’imperatore Federico II in Puglia.

La definizione di “parco cinto di mura per l’uccellagione” gli viene attribuita dal Vasari, che lo qualifica come stazione venatoria ed edificio per le riunioni generali della Curia, ma anche da studi più recenti, compiuti tra l’800 e il 900 da Schulz e Bertaux.
Sul vano del portone si elevava una torre che troneggiava tutto l’edificio, nel cui corpo, c’era una cappella dedicata a santa Caterina. Mentre le sale dell’appartamento erano illuminate da finestre bifore, ornate di pietra gentile intagliata, come si può ancora dedurre oggi grazie ad alcuni ruderi.
Il maniero era custodito dal castellano, da soldati e falconieri, ed era fornitissimo di armi e vettovaglie. Purtroppo il grave stato d’abbandono protrattosi per secoli, insieme a una sistematica spoliazione di fregi architettonici e di elementi lapidei che decoravano l’edificio, ha provocato un progressivo degrado.
Il castello subì gravi danni dal terremoto del 1456 e forse a partire da quella data restò parzialmente disabitato. A partire dal 600 il castello fu abbandonato ad una lenta e progressiva decadenza tanto che fu utilizzato come cava da cui asportare materiale da costruzione; la distruzione quasi completa fu forse dovuta ad un violento nubifragio del 1687. come testimoniato anche da una antica tela , presumibilmente del 1700, ritrovato in una soffitta del brindisino, di autore sconosciuto, la quale, sul retro c’era scritto così: “Ruderi dell’antico castello di Gravina in Terra di Bari”

Il castello appartenne agli Orsini fino al 1806 allorquando passò alla famiglia Pomarici Santomasi che lo donò alla città. Solo di recente le attività di scavo e di restauro hanno ridato all’edificio parte del suo antico splendore.

Oggi il Castello svevo è governato, per la manutenzione e per le visite guidate, dalla Fondazione “Ettore Pomarici Santomasi”, in estate si organizzavano eventi di rilevanza culturale.
N.B. In copertina “Alba al castello”, opera in arte digitale di Rocco M. Renna liberamente concessa a Onda del Sud
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