Autore:prof.Pino Fontana.

Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione anche detti semplicemente Disturbi dell’alimentazione sono patologie complesse caratterizzate da un disfunzionale comportamento alimentare, un’eccessiva preoccupazione per il peso con alterata percezione dell’immagine corporea. Tali aspetti inoltre sono spesso correlati e bassi livelli di autostima.

I disturbi dell’alimentazione possono presentarsi in associazione ad altri disturbi psichici come ad esempio disturbi d’ansia e disturbi dell’umore. Lo stato di salute fisica è quasi sempre compromesso a causa delle alterate condotte alimentari (per esempio restrizione alimentare, eccessivo consumo di cibo con perdita di controllo, condotte di eliminazione e/o compensatorie) che portano ad alterazione dello stato nutrizionale.

Il basso peso, quindi, come spesso erroneamente si ritiene, non è un marcatore unico e specifico per i disturbi dell’alimentazione, in quanto anche condizioni di normopeso e sovrappeso, fino all’obesità, possono essere associate alla presenza di disturbi dell’alimentazione.

Se non trattati in tempi e con metodi adeguati, i disturbi dell’alimentazione possono diventare una condizione permanente e compromettere seriamente la salute di tutti gli organi e apparati del corpo (cardiovascolare, gastrointestinale, endocrino, ematologico, scheletrico, sistema nervoso centrale, dermatologico ecc.) e, nei casi gravi, portare alla morte. All’anoressia nervosa è collegata una mortalità 5-10 volte maggiore di quella di persone sane della stessa età e sesso.

Attualmente questi disturbi rappresentano un importante problema di salute pubblica, visto che per l’anoressia e per la bulimia, negli ultimi decenni, c’è stato un progressivo abbassamento dell’età di insorgenza, tanto che sono sempre più frequenti diagnosi in età preadolescenziale e nell’infanzia.

L’insorgenza precoce, interferendo con un sano processo evolutivo sia biologico che psicologico, si associa a conseguenze molto più gravi sul corpo e sulla mente. Un esordio precoce può infatti comportare un rischio maggiore di danni permanenti secondari alla malnutrizione, soprattutto a carico dei tessuti che non hanno ancora raggiunto una piena maturazione, come le ossa e il sistema nervoso centrale.

L’intervento precoce riveste un’importanza particolare; è essenziale una grande collaborazione tra figure professionali con differenti specializzazioni (medici specialisti in psichiatria, in pediatria, in scienza dell’alimentazione e in medicina interna, dietisti, psicologi e psicoterapeuti), ai fini di una diagnosi precoce, di una tempestiva presa in carico all’interno di un percorso multidisciplinare e di un miglioramento dell’evoluzione a lungo termine.

È noto che l’eziologia dei disturbi dell’alimentazione è complessa, ma certe teorie che enfatizzano il ruolo primario delle interazioni familiari nel causare l’anoressia nervosa, sebbene siano ormai riconosciute come eccessivamente semplicisti- che ed erronee, sono ancora in circolazione. Queste teorie sostenevano, ad esempio, che particolari stili di interazione tra i membri della famiglia giocassero un ruolo centrale nel causare non solo l’anoressia nervosa, ma anche altri gravi disturbi psichiatrici, come la schizofrenia e l’autismo. I modelli teorici causali familiari hanno portato a coniare termini dispregiativi come, ad esempio, la madre “schizofrenogena” o “anoressogena”.. Gli stereotipi sulle cause familiari dei disturbi dell’alimentazione sono particolarmente frequenti nei media e questa fonte di disinformazione può portare le persone affette da disturbi dell’alimentazione ad avere idee sbagliate sulle cause del loro problema, a intraprendere trattamenti non adeguati e, in alcuni casi, a peggiorare le loro relazioni familiari.

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In generale, le ricerche più recenti eseguite nell’anoressia nervosa hanno evidenziato nella maggioranza delle famiglie la presenza di bassi livelli di emotività espressa, in particolare per i sentimenti negativi (commenti negativi, ostilità ed eccessivo coinvolgimento emotivo), mentre sono spesso più in evidenza i sentimenti positivi (calore e commenti positivi) sebbene a bassi livelli. Comunque, circa un terzo delle famiglie mostra elevati livelli di emotività espressa. In questi casi è opportuno aiutare i genitori a migliorare le loro attitudini e comportamenti nei confronti del membro della famiglia ammalato perché alcuni studi nell’anoressia nervosa hanno dimostrato che un’emotività espressa elevata sembra essere associata a un maggiore tasso di drop-out e a un esito di trattamento più scadente.

In particolare, i commenti critici sembrano avere un impatto negativo sull’esito del trattamento. A questo proposito, alcuni studi hanno evidenziato che le persone con anoressia nervosa sembrano essere più sensibili agli stimoli negativi di altre e che questo possa essere dovuto a una peculiare vulnerabilità neurobiologica. È stato ipotizzato che la presenza di un temperamento ansioso e la tendenza a essere eccessivamente sensibili alle ricompense, può rendere i pazienti con anoressia nervosa particolarmente vulnerabili ai commenti critici. Al contrario, come è stato suggerito per i pazienti con schizofrenia, è possibile che il calore genitoriale giochi un ruolo più importante nell’esito del trattamento rispetto ai commenti critici e all’ostilità. Per tale motivo, se i livelli di criticismo sono bassi all’inizio del trattamento, la terapia potrebbe essere finalizzata a supportare i genitori a mostrare più calore e a fare più commenti positivi nei confronti dell’adolescente affetto da anoressia nervosa. Dati consistenti recenti hanno osservato che il coinvolgimento dei genitori nel trattamento favorisce la riduzione della morbilità psicologica e medica, specialmente nei pazienti con una breve durata del disturbo dell’alimentazione.

Quando il disturbo è di lunga durata e si mantiene nell’età adulta, è quasi inevitabile che diventino più frequenti e accentuate le dispute e le difficoltà relazionali con i genitori e/o il partner sia in conseguenza delle liti riguardanti l’alimentazione e gli altri comportamenti legati al disturbo dell’alimentazione sia per i frequenti sbalzi del tono dell’umore associati al disturbo dell’alimentazione.

Per quanto riguarda, le relazioni interpersonali al di fuori della famiglia, le persone affette da disturbi dell’alimentazione tendono spesso a trascurare le amicizie per perseguire il controllo del peso e della forma del corpo e a praticare attività fisiche solitarie prolungate, finalizzate a consumare energia. Spesso evitano gli inviti a pranzo o a cena di parenti e amici per la paura di perdere il controllo e mangiare in eccesso. Quando è presente una severa perdita di peso corporeo, di solito avviene un completo isolamento sociale per la perdita di interesse, compreso quello sessuale, nel frequentare gli altri.

Infine, per quanto riguarda la carriera scolastica e lavorativa, nelle fasi iniziali del disturbo dell’alimentazione è frequente osservare nelle pazienti con disturbi dell’alimentazione un eccessivo impegno scolastico e lavorativo che non lascia tempo ad altre attività di natura interpersonale e ludica. In questa fase, le persone con disturbi dell’alimentazione possono avere un ottimo profitto scolastico e lavorativo ma, pur ricevendo le lodi dagli insegnanti e dai datori di lavoro, raramente sono soddisfatte delle loro prestazioni. Con il progredire del disturbo dell’alimentazione, soprattutto se avviene una marcata perdita di peso, è comune la comparsa di difficoltà di concentrazione, di attenzione e comprensione. A volte, l’elevata frequenza di abbuffate e vomito o l’eccessivo tempo dedicato all’esercizio fisico impediscono lo svolgimento di qualsiasi altra attività. La conseguenza è che nei disturbi gravi e di lunga durata è comune l’interruzione dell’attività scolastica e lavorativa.

Quella dei disturbi alimentari è un’epidemia nascosta. La diagnosi più frequente è l’anoressia nervosa. Ma tra i DCA rientrano anche bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata, pica, disturbo da ruminazione e disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo. Esistono poi altre patologie, come l’ortoressia nervosa che, al momento, non rientrano nei più tradizionali disturbi del comportamento alimentare. Può manifestarsi come attenzione estrema alla qualità degli alimenti o come desiderio di controllo collegato alla “purezza” della propria alimentazione tale da compromettere la qualità della vita.

Riconoscere l’ortoressia è difficile, perché la linea che la divide da uno stile di vita salutare è sottile. Bisogna saper distinguere il momento in cui diventa un’ossessione, come il controllo ossessivo e maniacale, la rinuncia alla vita sociale, il continuo allenamento fisico.

L’esordio dei DCA è sempre più precoce. A esserne colpita è principalmente la popolazione femminile, ma il numero dei maschi è in aumento. In Italia l’8-10% delle ragazze e lo 0,5-1% dei ragazzi soffre di anoressia o bulimia.

Vedere rappresentati ovunque corpi perfetti porta a una sensazione di inadeguatezza. È importante che ci siano rappresentazioni di corpi diversi.

I motivi sono molteplici. Ogni persona sviluppa un disturbo alimentare per motivi diversi, però il clima in cui viviamo sicuramente incide. Vedere rappresentati ovunque corpi perfetti porta a una sensazione di inadeguatezza Viviamo in quella che viene definita “la cultura della dieta”, la quale è un insieme di valori e idee, i quali accentrano come ideale la magrezza. Dà un valore morale sia ai corpi, tale per cui una persona grassa viene vista come pigra, sia al cibo che viene diviso in buono e cattivo a seconda dell’apporto calorico. Complici i social e le immagini delle modelle con corpi magrissimi, la la cultura della dieta rischia di imporre l’ideale della magrezza come l’unico contemplabile.

Il contesto incide in maniera importante sull’immagine che si ha di sé e del proprio fisico. Certamente è fondamentale rivolgersi ai professionisti del settore, a me è stato utile anche smettere di seguire persone che promuovevano un modello di bellezza impossibile da raggiungere, a favore di chi veicolava un messaggio di accettazione.

Un modo univoco per far fronte ai disturbi del comportamento alimentare non esiste, ma un punto di partenza può essere l’ambiente scolastico. Nell’Unione Europea, l’educazione alimentare è obbligatoria per le scuole primarie o secondarie in diciannove Paesi. L’Italia però non fa parte della lista. Dal 2020 esiste il programma Scuola&Cibo promosso dal Ministero dell’Istruzione che ha il fine di garantire la sostenibilità e il benessere alimentare. Ma si tratta di un progetto a titolo volontario rivolto ai docenti.

Sembrerebbe nelle intenzioni del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara inserire nei programmi scolastici ore dedicate all’educazione alimentare. «È fondamentale proprio per prevenire rischi alla salute e per una crescita sana. Oltre tutto incide anche, indirettamente, sull’ambiente, quindi è green da tutti i punti di vista», ha dichiarato il Ministro. L’insegnamento dovrebbe rientrare nel pacchetto di educazione alla cittadinanza che si pone come fine quello di educare gli studenti a un’alimentazione sana. A questo dovrebbero affiancarsi le mense a chilometro zero, che offriranno ai ragazzi alimenti stagionali del territorio.

Introdurre l’educazione alimentare a scuola sarebbe interessante e sicuramente utile per fornire a tutti le basi per un’alimentazione corretta e prendere consapevolezza del cibo e del proprio corpo.. L’alimentazione non deve creare ansia e sono  necessari specialisti che abbiano il giusto tatto per affrontare questi argomenti con i ragazzi.

Prof. Giuseppe Fontana.

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