Dialoghiamo con il prof.Giuseppe Fontana.
Il rapporto fra giovani e politica è tradizionalmente ritenuto problematico, segnato, in particolare negli ultimi anni, da apatia, disinteresse e distacco. Il quadro tuttavia sembra cambiare in maniera rilevante a seconda della prospettiva di analisi che si intende adottare. I giovani di fatto si fanno oggi interpreti di una «reinvenzione della politica, che fuoriesce dalla sfera politica per innervare la società». Giovani cinici e critici dunque, che crescono in un contesto di crisi e di grande incertezza verso il futuro, ma al tempo stesso creativi, e portatori di una visione nuova e diversa da quelle delle generazioni anche di poco precedenti, complice anche la cosiddetta rivoluzione digitale. L’adozione di una “prospettiva generazionale”, che tenga conto dei condizionamenti di un contesto culturale e politico in sempre più accelerata evoluzione, può aiutare meglio a decifrare l’attuale condizione giovanile. Alla ormai consolidata ripartizione delle generazioni degli ultimi settant’anni (baby-boomers, X generation, millennials e generation Z). ricollegano dunque specifiche e diverse attitudini verso la politica, con riferimento alla generation Z, possono essere evidenziate alcune caratteristiche principali, dotate di ricadute rilevanti nella sfera sociale e politica. Tra queste figura l’ormai generalizzato processo di individualizzazione e soggettivazione, che non equivale automaticamente a un individualismo sfrenato, quanto piuttosto a un processo di produzione di nuove e più fluide forme di legame sociale. Genericamente la costruzione di un’identità non è più caratterizzata da una progressiva acquisizione di riferimenti stabili, ma da percorsi biografici sempre più personali, fluidi e reversibili, caratterizzati dal venir meno di una linea di demarcazione netta fra giovinezza ed età adulta. Si osserva inoltre una dinamica di “presentificazione”, vale a dire un disconoscere un passato e non sperare in un futuro, e conseguente precarizzazione (a livello lavorativo, ma non solo), nel senso che il presente (e non il passato, ma nemmeno il futuro) diventa «la sede cruciale del coinvolgimento del soggetto». Altrettanto tipiche sarebbero dinamiche di ibridazione e “sub-politicizzazione”, vale a dire un partire dalle origine stesse della politica, dal fondo, ovvero la fuoriuscita della politica dal suo ambito proprio e la sua sempre più pervasiva diffusione in altri ambiti della vita personale e quotidiana. Infine, si rileva lo svilupparsi di dinamiche di reticolarità e connettività (facilitate dalla diffusione dei media digitali, ma di fatto non originate da essi, e senza che essi prendano mai il completo controllo, in quanto spesso affiancati da interazioni offline), di coinvolgimento in gruppi, reti e progetti collettivi con cui connettersi e da cui disconnettersi con grande libertà.
Quale può essere considerata dunque la ricaduta istituzionale di questi aspetti?
Essi non comporterebbero la scomparsa delle istituzioni, ma una loro riconversione dallo svolgimento di una funzione prevalentemente strutturante a una “attivante”, come «agenzie finalizzate a garantire agli individui le risorse e gli strumenti per costituirsi come soggetti e per realizzare il proprio progetto personale». In questo contesto si riconfigura la partecipazione politica, che non si manifesta più nella forma della militanza strutturata ma in quella di un attivismo on demand, che sorge su temi e in tempi particolari (come ad esempio il movimento dei Fridays for future), o anche in altre forme di “nuovo volontariato” (caratterizzato da maggior attenzione alla dimensione del ritorno individuale dell’attività di servizio) e di impresa sociale.
Come queste nuove forme di partecipazione politica potranno arrivare nel concreto a influire nel nostro sistema politico (che sembra ancora rispondere a logiche ben diverse), e soprattutto nell’architettura istituzionale dello Stato? Che forma può prendere in concreto un legame sociale rifondato in senso “individualizzato”? Come possiamo costruire il nostro futuro se non cominciamo a percepire noi stessi come il presente?
Queste sono domande che racchiudono in loro stesse il problema e la soluzione. Un binomio, giovani e politica, che accogliamo con diffidenza già solo a pronunciarlo, e che i numeri stessi ci inducono a leggere con un certo imbarazzo.
Il 43% di astensionismo nella fascia 18-34 anni alle ultime elezioni, un parlamento con età media sopra ai cinquant’anni e una stima di otto giovani su dieci che non vede riconosciuti i propri sforzi sono dati che forniscono un’immagine abbastanza chiara sullo scollamento in atto.
Va detto che non c’è alcun attrito tra i giovani e la politica, bensì tra i giovani e una politica che negli ultimi trent’anni ha anteposto la forma al contenuto, che ancor prima dei risultati ha guardato i sondaggi e che ha portato un misero 6% dei parlamentari under 35 nelle aule.
Quella politica che in nome dell’esperienza rifugge la creatività dei giovani. Un sistema che mette al centro delle proprie discussioni, organizzazioni e comunicazioni delle priorità che mirano a persuadere un elettorato ormai fluido, di cui non fanno parte le esigenze dei giovani, la cui soddisfazione richiederebbe necessariamente delle riforme strutturali. Ma queste non sono interessanti per il mantenimento dell’elettorato. In poche parole: la politica dei partiti per come si presenta oggi non ha quasi nulla a che fare con i giovani.
“Svecchiare la politica” significa paradossalmente ritornare a quell’età in cui, tutti insieme, ci siamo dati da fare per costruire una Repubblica partendo dalle macerie. Un’epoca fatta di circoli, discussioni e pensiero critico, in cui i giovani avevano un peso rilevante, perché si percepiva chiaramente la loro centralità.
L’errore oggi sta dunque nel ritenere che non ci siano alternative allo status quo, che esista una coincidenza perfetta tra il binomio giovani-politica, il binomio giovani-partiti e infine il binomio giovani-tavoli decisionali. Dunque tra politica, partiti e i luoghi in cui si prendono le scelte. La verità è che gli ultimi due coincidono nella misura in cui l’accesso a questi tavoli, soprattutto nel caso dei giovani, è precluso dalla saturazione dei partiti.
La politica, però, non si esaurisce in quelle aule, anzi è più viva quando si confronta con i territori a partire dal basso, con il volontariato, con gli enti del terzo settore, con le discussioni che avvengono tra persone dalle competenze più disparate che si interrogano su un’idea di futuro. Questa nuova politica appartiene ai giovani, sotto tante forme, che vanno dalle manifestazioni all’associazionismo toccando molte altre modalità di aggregazione che – seppur l’ISTAT anche qui ci riferisca dei numeri alquanto bassi – sono comunque un motore trainante dell’attività dei giovani.
Come si può portare la competenza dei più giovani nei tavoli decisionali, a partire dalle amministrazioni locali, passando per i partiti?
Per troppo tempo i partiti hanno dimostrato la loro scarsa volontà di essere attrattivi, generando nei giovani stessi una delusione e un disincanto difficilmente sanabili. In secondo luogo, le istanze dei giovani molto spesso non hanno un colore politico. Sono istanze che appartengono ai giovani in quanto classe sociale e che una determinata connotazione non potrebbe far altro che indebolire.
Soprattutto a livello locale, per i ragazzi, non c’è un progetto, un’idea o un’iniziativa che sia di destra o di sinistra, non c’è una visione prospettica, un piano d’azione o un programma di crescita che possa incasellarsi in questa divisione ormai consunta. Lo dimostra di nuovo l’associazione di cui sono presidente. Non c’è mai stata una sola occasione in cui ci siamo scontrati, proprio perché al nostro interno la politica dei partiti non è mai entrata. Le convinzioni che abbiamo le portiamo avanti all’unisono e si traducono in progetti per la collettività, in eventi, programmi e iniziative di ogni natura che sono la nostra politica, vera e partecipata, proiettata al futuro che tutti noi vogliamo.
C’è una razionalità nuova nei ragazzi, una capacità di costruzione e decostruzione basata sul confronto e il senso critico, che rifugge l’ideologia perché vuole dimostrarsi tangibile, concreta: vogliamo accorgerci di tutto ciò e cominciare a costruire? Perché qui sta la chiave per un rinnovamento, qui sta la base per svecchiare le decisioni, per portare una ventata di nuova politica, quella vera, nei tavoli decisionali. Come tradurre queste congetture in fatti?
Si potrebbe chiedere ai ragazzi per quale ragione non si organizzino in autonomia proponendosi alle prossime elezioni, ma il problema allora si ribalterebbe: a questo processo di svecchiamento non può certo mancare l’esperienza di chi ha fatto della politica e del compromesso un mestiere per decenni, di chi conosce il territorio, la macchina burocratica, la società da un punto di vista in cui i giovani sono necessariamente carenti. Ciò che serve è un’integrazione, priva di colore politico, ma aperta a chiunque percepisca davvero quest’esigenza di rinnovamento, a chi abbia davvero l’intenzione di sanare il distacco giovani-politica e non ne faccia soltanto uno slogan.
Credo che il vero passo in più, la vera svolta verso una nuova politica che risolva ogni scollamento si possa compiere soltanto con un ingresso dei giovani nei tavoli decisionali, attraverso una figura che sia garante dell’effettiva volontà di prendere in esame quelle istanze una volta terminata la campagna elettorale. Ciò che serve è il coraggio da parte delle forze politiche di accettare la sfida e accogliere in amministrazione una componente apartitica, pronta a sostenerle o contrastarle in modo critico, che possa metterle in contatto con la rete di giovani già operante fuori da quelle sale garantendo un’effettiva rappresentanza.
Non serve una rivoluzione per fare la differenza: si può attuare una svolta passando per il dialogo e il senso critico, in un equilibrio tra esperienza e lungimiranza che restituisca ai giovani il loro presente.
l disinteresse del giovane verso l’impegno politico è l’esito di uno scetticismo di fondo nei confronti dei partiti, incapaci di svolgere una funzione “calamita”. In quei corpi intermedi è del tutto assente una visione, un pensiero forte. E questo ha provocato lo scollamento che vediamo. Si tratta di un fatto traumatico, che deve interrogare. Visto che in passato le generazioni giovani si erano mobilitate partecipando alla vita politica italiana. Oggi non è più così. E la ormai lunga stagione del loro disimpegno va inquadrata all’interno di una criticità sostanziale che riguarda nel complesso la loro vita.
Quali sono “cose per cui vale la pena di combattere”, tali anche da prevalere su ciò che non piace o non si capisce, che la politica offre alla passione e all’intelligenza di una nuova generazione?
Oggi secondo i sondaggi i giovani risultano non solo in gran parte scettici e disimpegnati verso la politica, ma per quanto riguarda le intenzioni di voto essi appaiono divisi non in modo contrapposto: indecisi e oscillanti, disponibili a votare, a pari merito, tra partiti destra o di sinistra – principalmente Fratelli d’Italia e M5S – senza cogliere una traumatica diversità. Non ci sono particolari “calamite” che attraggono e orientano. Nel panorama politico manca “anzitutto verso i una capacità di attrazione, una visione, un pensiero forte”.
Può essere utile ricordare come in passato, invece, la gioventù abbia partecipato attivamente alla vita politica italiana. La “calamita” era l’adesione a una comunità con una identità culturale e una storia alle spalle.
In sostanza la storia nazionale è spesso presentata agli occhi degli studenti come una successione di governi negativi. Non solo il fascismo, ma anche il prima e il dopo: il Risorgimento “conquista regia”, l’Italia liberale un’“Italietta”, l’Italia repubblicana caratterizzata da una Guerra fredda descritta come “guerra sporca” contro il PCI (la mafia vista come conseguenza dello sbarco americano in Sicilia, il terrorismo dell’adesione alla Nato, la corruzione dell’esclusione del PCI dal governo del Paese). Si “salvano” Garibaldi, la Resistenza, l’Italia dei movimenti – antifascismo e diritti civili – il ’68 e finalmente “Mani pulite” raccontata come rivolta della “società civile” contro la “Repubblica dei partiti”.
In questo quadro, “cadavere eccellente” agli occhi dei giovani, è quel che nel nostro passato e ancora in altri Paesi è considerata la prima “cosa per cui vale la pena di battersi”: la Patria.
Nel complesso lo scenario che la politica offre ai giovani è quello di un “eterno presente”. Il disimpegno politico avviene però in un contesto di più generale criticità vissuta dai giovani. Si pensi ai nati all’inizio del nuovo millennio che sono cresciuti attraversando le crisi finanziarie e quindi economico-sociali dopo il 2008, le emergenze e gli isolamenti delle pandemie e ora la guerra che è andata coinvolgendo sempre più direttamente l’Italia e l’intera Europa. Tutto ciò mentre si registra una diffusa maggior fragilità di famiglia e scuola con un abbandono scolastico tra i più alti d’Europa (al 13%). L’ultimo rapporto Istat evidenzia che uno su cinque tra 15 e 29 anni è un Neet – cioè non studia e non lavora – e che risultano anche bloccati gli ascensori sociali rischiando così di selezionare e contrapporre isole di “figli di papà” e mare di “sfigati”.
Nel nostro Paese si è andato diffondendo tra i giovani con un’età media di 20 anni lo “stare in disparte”. Siamo di fronte a una “totale mancanza di interesse e motivazione” da parte dei giovani che dipende dalla “sensazione di aver perso il controllo delle nostre vite che paiono decise da forze potenti e oscure dell’economia, della finanza, del clima”.
In questo quadro si cala il sipario politico di partiti nel segno dell’“anno zero”, cioè in continua rifondazione e radicale cesura con il passato in agghiacciante teatro sociale che rifugge dal passato che lo rifiuta e che l’oscura avallando una generazione incapace di pensare al futuro”, perché “non c’è futuro senza memoria storica”, ovvero una gioventù senza filiazione, senza la coscienza di fare parte di una storia di cui ha in mano il futuro, priva di “cose per cui valga la pena di combattere”.
La democrazia non può avere successo se coloro che esprimono le proprie scelte non sono preparati a farlo con oculatezza. La vera salvaguardia della democrazia è dunque l’istruzione.
Prof. Giuseppe Fontana


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