Autore: prof.Giuseppe Fontana.

Qual è la definizione che più fa arrabbiare un italiano? Certamente il sentirsi attribuire una mentalità mafiosa per la sola ragione di essere nato sul territorio. I mafiosi uccidono, derubano, ricattano, rovinano; chi lavora o assiste la famiglia e non ha mai fatto nulla di male se ne chiama fuori e si offende.

Consideriamo però che la mafia in Italia non sta soltanto all’apice, nei clan, tra i padrini, quelli che dicono “minchia” ogni tre parole e non si fanno scrupoli a fare mattanza di vite umane in nome di potere e denaro. La mafia ha radici antiche e salde, ormai tanto capillarmente diffuse che la mentalità mafiosa si è insinuata ovunque, come una cappa d’afa che avvolge tutti, incombe sulle città, e si infila tra i vicoli più stretti e i pori della pelle. Non ce ne accorgiamo, ma ci troviamo a fare i conti con atteggiamenti quotidiani che fanno capo proprio alle basi del pensiero mafioso, ovvero il clientelismo e la prevaricazione, esercitata nei confronti di qualcuno impossibilitato a difendersi. Entrambi i concetti caratterizzano il bullismo tra adulti e sono presenti nel nostro quotidiano. Molto spesso si tratta di atteggiamenti inconsapevoli, dovuti anche alla diffusione dell’analfabetismo funzionale.

Nella storia della Sicilia e della Calabria la famiglia ha avuto il compito di farsi carico dei bisogni primari, diventando un nido protettivo e rassicurante rispetto a un sociale mutevole, costantemente sentito come pericoloso, sottoposto a continue dominazioni. Questo clima ha favorito la nascita di una sub-cultura criminale probabilmente già dal periodo risorgimentale. La mafia ha operato una trasformazione ed esacerbazione dei modelli culturali familiari, da quello protettivo a quello punitivo, identificabili rispettivamente nel codice socio-culturale materno e in quello paterno. Difatti la “famiglia” mafiosa può dare sia protezione che punizione, e ciò dipende da quanto le persone sottostanno alle sue “regole”.

In una organizzazione di questo tipo la struttura psicologica è dogmatica privilegiando l’appartenenza al gruppo e il rifiuto dell’individualità e dell’altro da sé. L’altro non ha valore nella sua soggettività ma acquisisce senso in base agli scopi criminali dell’organizzazione.Il  mafioso  pensa e prova emozioni per come gli è stato insegnato dall’organizzazione. C’è quindi una quasi totale sovrapposizione dell’identità individuale della persona mafiosa con l’identità dell’organizzazione. Questa situazione impedisce lo sviluppo psicologico individuale e l’autonomia di pensiero.

La cultura mafiosa non riguarda solamente la mentalità della criminalità organizzata ma ha un’accezione più ampia poiché con essa s’intende la negazione delle regole sociali a favore delle regole private e familistiche. Questo “pensare mafioso” si esprime attraverso dei comportamenti che distorcono il rapporto pubblico-privato: le istituzioni pubbliche vengono pensate e vissute come se ci si rapportasse a una grande famiglia che va controllata. I rapporti sociali vengono principalmente instaurati e perpetuati per creare una dipendenza psicologica tra sé e l’altro. Una situazione tipica è ad esempio quando si fa un favore a una persona, non per il proprio piacere personale, ma poiché questa ricopre un ruolo rilevante e “utile” a livello istituzionale e/o organizzativo.

Ovviamente la cultura mafiosa favorisce lo sviluppo della criminalità organizzata poiché dà priorità all’instaurazione dei rapporti personali relegando a un ruolo secondario il rispetto delle regole sociali. In una cultura di questo tipo lo sviluppo delle autonomie di pensiero, che renda possibile guardare gli altri con le loro soggettività e i loro specifici bisogni e desideri, può favorire una maggiore valorizzazione delle regole di convivenza sociale.

Quante volte abbiamo sentito e letto che la dispersione scolastica è un fenomeno complesso e articolato, non certo facile da arginare, che comporta costi individuali e sociali elevati e che essa è il risultato di una serie di fattori che hanno come conseguenza la mancata o incompleta o irregolare fruizione dei servizi dell’istruzione da parte di ragazzi e giovani in età scolare. Al suo interno racchiude: la non scolarizzazione, l’interruzione dei corsi di istruzione, la ripetenza, i casi di ritardo, l’interruzione temporanea della frequenza per i motivi più vari o il ritiro dalla scuola. Queste forme di insuccesso scolastico generano schiere di cittadini che non hanno competenze adeguate per partecipare alla vita sociale. I giovani lasciano la scuola, anche per motivi socio-economici: povertà della famiglia o del territorio di origine, differenze culturali o di genere. Il dato oggettivo è che i giovani che lasciano la scuola non spariranno dalla Sicilia, ma dovranno cercare di farsi una vita come tutti. Molti di loro si “butteranno” nel lavoro nero, altri tra le braccia della criminalità. Bisogna investire ed ancora investire sulla scuola, senza se e senza ma. La lotta alla mafia deve essere portata avanti anche sul piano dell’educazione e della cultura, oltre che su quello della risposta da parte delle istituzioni pubbliche. Bisogna ritrovare e promuovere la dimensione etica tanto nella politica che nella vita civile e dare spazio a iniziative formative rivolte soprattutto ai giovani e ai bambini, per iniziare a sottrarli alla mentalità mafiosa, offrendo una visione alternativa di sé e del Paese dove vivono.

Prof. Giuseppe Fontana

Lascia un commento