Prof.Giuseppe Fontana.

La Scuola dalla sua nascita convenzionale è sicuramente cambiata tantissimo e tantissime volte è stata rimaneggiata e riassemblata dai diversi governi, succedutisi prima di sinistra poi di destra, nel corso dei decenni se non dei secoli. Molte riforme tuttavia hanno più rispecchiato esigenze economiche e lobbistiche che non puramente didattiche ed educative, spesso liberticide e a scapito della dignità dei lavoratori e degli studenti stessi, rimanendo da una parte ancorati a riforme di stampo fascista e dall’altra a riforme americaneggianti o nordeuropee inadatte alla Scuola greco-latina-mediterranea fra le più avanzate di ogni tempo.

Il legislatore degli anni 90 riconosce dunque nella scuola un sistema complesso a cui riconosce autonomia organizzativa per assicurarne l’efficienza.

Il ruolo del principio di sussidiarietà è invece da mettere in relazione con la decentralizzazione dell’organizzazione scolastica e con una nuova idea di servizio alla persona che non si configura più come assistenza sociale, ma come sostegno alle capacità (empowerment) e alle iniziative autonome di chi ha bisogno del sussidio.

L’idea tradizionale di welfare state in cui il benessere dell’individuo è legato prevalentemente a indicatori materiali o cognitivi, è superata dall’idea di benessere legata alla capacità di agire delle persone. Il fatto, poi, che ad erogare i servizi siano chiamati soggetti diversi, pubblici e privati (tra i quali associazioni, cooperative e famiglie) porta al welfare community.

Lo studente non è un cliente; l’azienda è orientata al profitto, la scuola al sapere; i tempi del profitto sono brevi quelli dell’educazione lunghi

L’autonomia obbliga le scuole a costruire la propria identità educativa e a darsi un regolamento nel quale indica la tipologia dei servizi erogati, sottoponendoli al giudizio di qualità dei cittadini.

È chiara la provenienza economico-commerciale di questa esigenza, che configura un problema di colonizzazione culturale della scuola da parte di altre culture, nello specifico quella aziendale.

Ciò implica non solo perdita d’identità del sistema “colonizzato”, ma anche il rischio di impoverimento delle esperienze, visto che nelle periferie dei sistemi non arrivano i prodotti d’avanguardia, ma modelli la cui validità è spesso già stata messa in discussione nello stesso mondo delle imprese (si veda il recente caso delle critiche al sistema di valutazione americano e le principali critiche all’INVALSI).

A rendere più difficile la valutazione della scuola c’è poi la natura qualitativa, non discreta, della produzione di cultura e di educazione che rende inadatta l’adozione di standard puramente quantitativi e fa parlare alcuni critici di «quantofrenia» del sistema scolastico attuale.

L’autonomia costringe le scuole a costruire una propria identità in collaborazione con altre risorse del territorio: lo strumento principale di questo tipo di scuola è il Piano dell’Offerta Formativa (oggi triennale: PTOF). Con il PTOF ogni scuola sceglie i percorsi di insegnamento/apprendimento che considera più efficaci, attraverso forme di flessibilità organizzativa che realizzano la flessibilità didattica.

Dal 2000 non si parla più di programmi scolastici, ma di Indicazioni nazionali in base alle quali ciascuna scuola definisce il proprio curricolo.

Le scuole hanno così autonomia didattica, finanziaria e gestionale e possono entrare in rete con altri soggetti del territorio per assicurare l’arricchimento del percorso formativo. Le collaborazioni devono naturalmente essere coerenti con il PTOF.

Tra i critici più intransigenti dell’autonomia scolastica, Massimo Bontempelli ha definito l’autonomia scolastica una disarticolazione del sistema nazionale dell’Istruzione pubblica, privato di centro e di indipendenza che apre la strada al didatticismo, mette le scuole in reciproca competizione e svuota il sapere della sua natura di strumento disinteressato di visione critica e scientifica del mondo. L’autonomia è il perno della subordinazione della scuola all’economia e dunque la fine della scuola.

Nei quindici anni trascorsi, l’autonomia non è riuscita a centrare gli obiettivi della cancellazione della dispersione scolastica, dell’elevazione del livello minimo di istruzione per condurre tutti gli alunni a padroneggiare la lingua madre e possedere un bagaglio soddisfacente di competenze logico-conoscitive, gli obiettivi su cui era stato accantonato il sistema centralistico.

La linea politica del nuovo governo di centrodestra, con Letizia Moratti come Ministro dell’Istruzione, fu chiaramente indicata negli Stati Generali istruzione che si svolsero a Roma nel dicembre 2001, dove apparve evidente l’inversione di rotta rispetto al governo di centrosinistra.

Le idee di fondo dei progetti del centrodestra (iniziati dalla Moratti e completati dalla Gelmini) si possono sintetizzare nella volontà di ridimensionare gli interventi dello Stato nelle politiche sulla formazione in nome della libertà di scelta delle famiglie e della libera concorrenza tra scuola pubblica e scuola privata.

Per il centrodestra la scuola ha un costo eccessivo, ci sono troppi insegnanti, ci sono troppi sprechi e, soprattutto, le ore di scuola settimanali sono troppe: da qui la necessità di semplificare e riordinare l’intero sistema dell’istruzione riducendo progressivamente le risorse finanziarie da destinare ai progetti, al tempo prolungato e al tempo pieno.

In conseguenza alle critiche sopra esposte alle riforme scolastiche dei vari governi succedutisi nei decenni, noi Meridionalisti riteniamo che quelle di Renzi, della Fedele, della Moratti, della Gelmini, ovvero dagli anni ’90 sino ad ora, e quindi le leggi di riferimento, vadano abrogate, in quanto la Scuola non è una azienda e la formazione e l’educazione non sono un servizio da prestare alle famiglie e agli industriali, gli studenti non sono clienti e gli insegnanti non sono commercianti. Parimenti vanno riconsiderate la centralità sociale e culturale degli insegnanti e la loro libertà di insegnamento, autorevolezza, autorità e dignità, anche economica, di funzionari e ufficiali pubblici.

Partito Meridionalista – Sezione Sellia Marina CZ – Dirigente e Federatore – Prof Giuseppe Fontana

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