C’è una storia che non trova spazio nei libri di scuola, una vicenda che si perde tra le pieghe della memoria collettiva, come se il silenzio potesse cancellare il sangue versato. È il 6 agosto 1863, e nelle officine di Pietrarsa, un tempo fiore all’occhiello dell’industria borbonica, si consuma il primo massacro di operai dell’Italia unita.

Pietrarsa era un simbolo di progresso sotto il Regno delle Due Sicilie: un opificio all’avanguardia, capace di competere con le grandi industrie europee. Qui si costruivano locomotive, si formavano operai specializzati, si respirava il sogno di un Sud industriale e indipendente. Ma con l’Unità d’Italia, quel sogno si infrange. La politica economica del nuovo Stato favorisce il Nord, e Pietrarsa viene lentamente soffocata.

Nel 1863, la fabbrica viene ceduta a un imprenditore privato, Iacopo Bozza, che per ridurre i costi avvia una brutale politica di licenziamenti. Gli operai, già provati da condizioni di lavoro estenuanti, si ribellano. Chiedono dignità, chiedono di essere ascoltati. Ma la risposta dello Stato è feroce.

Il massacro: quel giorno, gli operai si radunano davanti alla fabbrica. Protestano pacificamente, ma la tensione cresce. Le Guardie di Città e i bersaglieri vengono inviati per sedare la rivolta. Prima le minacce, poi gli spari. Quattro operai cadono sotto i colpi di fucile, altri venti restano gravemente feriti. I loro nomi si perdono nel tempo: Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso, Aniello Olivieri. Nessuno li onorerà, nessuno li ricorderà il Primo Maggio.

La strage di Pietrarsa è una ferita aperta, un episodio che racconta la violenza con cui il Sud fu piegato dopo l’Unità. Non c’è spazio per loro nelle celebrazioni ufficiali, nessun monumento nazionale, nessuna commemorazione. Eppure, in San Giorgio a Cremano, una strada porta il nome dei Martiri di Pietrarsa, e a San Giovanni a Teduccio una piazza ne conserva la memoria.

Ma la domanda resta: perché lo Stato fa finta che non esistano? Perché questa pagina di storia è relegata ai margini? Forse perché ammettere la verità significherebbe riconoscere che l’Unità d’Italia non fu solo un trionfo, ma anche un trauma. E che il sangue degli operai di Pietrarsa grida ancora giustizia.

Oggi, nel giorno della Festa dei Lavoratori, il loro sacrificio meriterebbe di essere ricordato. Perché la dignità operaia non ha bandiere, né confini. E perché la storia, quella vera, non può essere cancellata.

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