Rocco Michele Renna

C’è un momento, nella vita di una coppia in attesa, in cui l’emozione incontra la scenografia. Non parliamo del parto, né della prima ecografia. Parliamo del gender reveal, quella celebrazione moderna che trasforma una semplice informazione medica in uno spettacolo pirotecnico, zuccheroso e altamente condivisibile. Un evento che, nel suo intento più genuino, vuole unire amici e parenti nella gioia dell’attesa. Ma che, nel suo svolgimento, finisce spesso per rivelare più sulla nostra società che sul sesso del nascituro.

Il gender reveal è diventato un vero e proprio genere di intrattenimento. Si sceglie una location, si allestisce un buffet, si distribuiscono gadget a tema. E poi, il momento clou: il taglio della torta, il lancio dei palloncini, l’esplosione di polveri colorate. Rosa per la femmina, blu per il maschio. Una dicotomia cromatica che, a ben guardare, ha la stessa profondità di una cartella colori per camerette.

Non c’è nulla di sbagliato nel voler festeggiare. Anzi, è bello vedere una comunità che si stringe attorno a una nuova vita. Ma è lecito chiedersi: cosa stiamo davvero celebrando? Il bambino in arrivo o la nostra voglia di spettacolarizzare ogni momento?

Dietro ogni gender reveal si nasconde, talvolta, un sottile meccanismo sociale: l’anticipazione del baby shower, la raccolta di regali, la costruzione di un’identità ancora prima che il bambino abbia aperto gli occhi. È come se il colore della torta determinasse il tipo di giocattoli, vestiti e aspettative che accompagneranno il piccolo nei suoi primi anni.

C’è la questione dell’identità futura. E se crescendo quel bambino dovesse sentirsi distante da quel rosa o da quel blu? Se la sua identità non coincidesse con quella annunciata tra coriandoli e applausi? Cosa resta di quella festa? Il pasticciere non offre rimborsi, il cielo non restituisce i palloncini. Ma forse, proprio in quel momento, si può rileggere il gender reveal non come una verità assoluta, ma come un frammento di un percorso più ampio.

Un piccolo appunto, che non vuole rovinare la festa ma solo suggerire una riflessione: tra palloncini che volano via, glitter che si infiltra ovunque e cannoni di plastica usa-e-getta, il gender reveal lascia spesso dietro di sé una scia di rifiuti. Il primo impatto ambientale del neonato, ancora prima di nascere. Nulla che non si possa evitare, certo, ma vale la pena ricordarlo.

Viviamo in un’epoca in cui finalmente si parla di identità di genere con maggiore consapevolezza. Eppure, il gender reveal sembra voler congelare tutto in un momento, come se il sesso biologico fosse una verità assoluta e immutabile. È un po’ come giudicare un libro dalla copertina, prima ancora che sia stato scritto.

Il gender reveal può essere una bella occasione per condividere l’attesa, per sorridere, per creare ricordi. Ma forse dovrebbe essere vissuto con leggerezza, senza trasformarlo in una dichiarazione definitiva. Il bambino che nascerà sarà molto più del colore di una torta. Sarà una persona, con sogni, idee, identità. E quello sì, sarà davvero da festeggiare.

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