A cura di Alessandro Citarella

Il nodo politico della filiera agricola meridionale
Facciamo chiarezza e diamo i numeri in modo chiaro e leggibile sulla produzione e sulla ricchezza degli agrumi con proposte semplici e condivisibili.
Il Mezzogiorno produce agrumi di qualità riconosciuta in tutta Europa. Eppure, questa eccellenza non si traduce in sviluppo economico locale. È il paradosso di un settore che funziona sul piano produttivo ma fallisce su quello economico: il Sud coltiva, altri guadagnano.
I numeri di uno squilibrio strutturale
I dati parlano chiaro. L’Italia esporta solo una quota limitata della propria produzione: circa il 7%, pari a 225.000 tonnellate annue. Nel 2024 il valore dell’export supera i 310 milioni di euro, ma nello stesso tempo le importazioni oltrepassano i 320 milioni.
Il saldo è negativo: nel 2022 il deficit ha raggiunto circa 74 milioni di dollari.
A valle, i produttori meridionali vendono spesso tra 0,50 e 0,65 euro al chilo, prezzi che comprimono la redditività e mettono a rischio la sostenibilità delle aziende.
Il risultato è semplice: il valore della filiera non resta nei territori dove si produce.
FreshPlaza – Esportazioni degli agrumi italiani
Un mercato che esiste, ma non premia il Sud
I consumi interni di agrumi sono sostanzialmente stabili, ma la crescita della domanda – soprattutto fuori stagione – è coperta da prodotto estero.
L’Italia importa soprattutto da:
- Spagna (circa il 40% del totale)
- Paesi Bassi (riesportazione)
- Grecia
- Sudafrica, Argentina e Paesi africani
Nel complesso:
- circa il 60% delle importazioni proviene dall’Unione Europea
- circa il 36% dall’Africa
Il mercato, quindi, non manca. Ma è organizzato in modo tale da favorire filiere più forti e integrate, non i territori produttivi.
Il vero problema: chi governa la filiera
Ridurre tutto a una “crisi agricola” è fuorviante. Il nodo è un altro: il controllo del valore.
La filiera è sbilanciata:
- il Sud produce materia prima
- altri soggetti trasformano, distribuiscono e fissano i prezzi
Questo modello genera una dinamica ormai evidente: il Mezzogiorno resta un anello debole, inserito in una catena del valore che si chiude altrove.
A ciò si aggiunge la concorrenza di prodotto estero a basso costo, spesso ottenuto con standard diversi anche sotto il profilo fitosanitario, che contribuisce a comprimere ulteriormente i prezzi all’origine.
Una questione economica e politica
Questa struttura non è casuale. È il risultato di scelte economiche e di assetti di mercato che nel tempo hanno separato produzione e valore.
Il Sud continua a svolgere il ruolo di piattaforma produttiva, senza disporre degli strumenti per controllare le fasi decisive: trasformazione, logistica, commercializzazione.
In altri termini: produce ricchezza, ma non decide come e dove viene distribuita.
Una proposta: riportare valore nei territori
Invertire questa tendenza è possibile, ma richiede un cambio di prospettiva:
- aggregazione dei produttori, per superare la frammentazione
- sviluppo della trasformazione nel Mezzogiorno, per trattenere valore industriale
- logistica e canali commerciali autonomi, per ridurre l’intermediazione
- reciprocità nelle regole commerciali, per evitare concorrenza sleale
- strategie di export e marchi territoriali, per aumentare quota e prezzo del prodotto
Conclusione
Gli agrumi del Sud non sono un settore marginale. Sono un settore strategico inserito, però, in una filiera che sottrae valore ai territori produttivi.
Finché il Mezzogiorno resterà un luogo dove si coltiva ma non si decide, il risultato sarà sempre lo stesso: ricchezza prodotta localmente, profitti realizzati altrove.
Il problema non è la qualità degli agrumi, ma è il modello economico in cui sono inseriti. Questa gestione politica va cambiata !

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